In nome del lavoro

autore Stefano Massini
titolo Lavoro
editore Il Mulino
anno 2016
collana Parole controtempo
pp 131
isbn 9788815264244
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Quanti significati reca con sé il termine «lavoro»? Come ne è mutata la percezione? In un’epoca in cui il tema, centrale nell’Otto e Novecento, è scomparso sostanzialmente – nella sua elaborazione teorica – dal dibattito pubblico , è un noto drammaturgo e sceneggiatore quale Stefano Massini, abituato per lavoro a padroneggiare la parola e a interrogarsi sulla sua forza evocativa, a percorrere l’intrigante e per certi versi sorprendente declinazione nel tempo del concetto e dei suoi sinonimi.

Il lavoro, in qualsiasi lingua del ceppo indoeuropeo, è connaturato dalla sua duplice valenza di identificazione sociale del soggetto (individuale o collettivo) mediante la propria attività, e nello stesso comunica l’idea di pena, da sempre associata ad esso: dal latino labor, in francese travail, da cui travaglio, compito spesso gravoso, ma si può risalire alla Genesi biblica «con il sudore del tuo volto mangerai il pane». Alla dominante presenza quotidiana del lavoro si oppongono concettualmente termini che rimandano a una feria o sospensione da questo, anche se pochi definirebbero vacanza (assenza di) la mancanza di occupazione dettata da esubero o cronica disoccupazione.

Si tratta di un termine quindi complesso, che rimanda a un contesto contraddittorio, mutevole a seconda delle culture e dello spirito del tempo. Ma caratterizzato, nella sua storia, dalla volontà dell’uomo di unire tale evidente e materiale correlazione con altre valenze di segno positivo, idonee a collocare la fatica dell’uomo in una dimensione altra, in cui ai  benefici per sé e la propria famiglia si sommino quelli della società in cui egli opera, determinando e condizionando la collocazione dell’individuo nel contesto di appartenenza.

Nell’agile testo di Massini scorriamo le tappe più significative dell’evoluzione del concetto di lavoro: dall’atto di creazione volontaria degli antichi artefici e artieri, che nelle arti e corporazioni medievali avevano codificato i mestieri dando avvio alla lunga tradizione di artigianato. generatrice dell’epopea del saper fare; passando attraverso l’etica del lavoro animatrice dell’attivismo mercantile, su cui si consuma la frattura tra cattolici e protestanti all’origine, per Max Weber, degli albori del capitalismo in età moderna; sino alla centralità della fabbrica e dell’operaio che accompagna le rivoluzioni (e le relazioni) industriali del recente periodo; infine quale valore riconosciuto quale aspirazione e diritto collettivi, sancito nel primo articolo della Costituzione repubblicana e iscritto come dovere morale nell’educazione delle generazioni del secondo Novecento.

Ma era il secolo del lavoro, come il sociologo Aris Accornero titolava un suo saggio: ossia il lungo periodo industriale iniziato a metà dell’Ottocento generativo di una classe lavoratrice resa omogenea dall’atto di vivere del proprio salario (dalla misura di sale che accompagnava la paga del miles) e dalla programmazione della propria esistenza sulle lancette di una condizione professionale dalla quale si sarebbe usciti con la prospettiva di essere assunti stabilmente in carico dal welfare professionale o sociale (come nelle società operaie e cooperative), oppure da quello nazionale dal momento dell’istituzione dello stato sociale.

Tale aspettativa si è esaurita, al pari del quadro valoriale e ideale di riferimento che la sosteneva.
Il sogno di ogni italiano non è più l’investimento nel proprio futuro lavorativo: con una efficace suggestione, Massini rievoca l’uso di indicare la propria professione nella vecchia schedina del Totocalcio, e i sogni a questa legati di possibilità di affrancamento dal lavoro salariato, recuperando così quello status artigianale perduto con l’urbanizzazione. Realizzandosi come persona attraverso l’elevazione professionale e quindi sociale, non abbandonando la dimensione lavorativa, come invece suggeriscono i nomi delle moderne lotterie istantanee o i premi in palio dei reality show televisivi.

Termometro simbolico dei grandi mutamenti sul fronte geopolitico e su quello tecnologico, il lavoro ha perso, pezzo dopo pezzo, ogni vestigia della positività di cui si era caricato in precedenza. E non è arbitrario individuare nella attuale deriva semantica del termine la più evidente tra le trasformazioni che il lemma attraversa. Non a caso, avverte l’autore, l’affermazione sempre più marcata della terminologia anglosassone (work, job e free-lance, testualmente il mercenario che mette la propria lancia a disposizione del miglior offerente) concorre alla spersonalizzazione del concetto, accentuando i caratteri negativi e dolorosi che incombono sul suo futuro.

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