Le imprese rigenerate dai lavoratori: se chiudi ti compro

autore Paola De Micheli, Stefano Imbruglia, Antonio Misiani
titolo Se chiudi ti compro. Le imprese rigenerate dai lavoratori
premessa di Romano Prodi
editore Edizioni Angelo Guerini e Associati
anno 2017
pp 255
isbn 9788862507004
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Trasformare le politiche assistenziali in strumenti per lo sviluppo, attraverso il modello delle imprese rigenerate dai lavoratori uniti in cooperativa  

Un’idea antica, che ha attraversato l’Italia nei decenni a cavallo tra otto e novecento, e che ritorna nei periodi di crisi concretizzandosi nella medesima forma di impresa.

Il tema del workers buyout è al centro di questo volume a più firme, oltre a quella di Romano Prodi, autore della prefazione. Ne sono autori Paola De Micheli, già responsabile nazionale delle Piccole e Medie Imprese del Pd e attuale Sottosegretario all’Economia, Stefano Imbruglia, giornalista e curatore radiofonico e Antonio Misiani, deputato del Partito Democratico e membro della Commissione Bilancio della Camera.

Insieme,  hanno indagato in giro per l’Italia per raccogliere storie di aziende, di mercato e di persone, in un viaggio nell’economia reale del Paese che racconta un modello affermato da qualche decennio, sebbene non sufficientemente noto e raramente contemplato (lo dimostra per la Liguria, recentemente, il caso Agnesi) nella gestione delle crisi aziendali e occupazionali.

Eppure la storia di questo strumento è almeno trentennale, derivando dalla Legge Marcora (legge 27 febbraio 1985, n. 49, titolo I “Provvedimenti per il credito alla cooperazione e misure urgenti a salvaguardia dei livelli di occupazione”), con la quale fu promossa la costituzione di cooperative da parte di lavoratori licenziati, cassaintegrati o dipendenti da aziende in crisi o sottoposte a procedure concorsuali. 

Molto profeticamente, Giovanni Marcora aveva avvertito alla fine degli anni settanta che con l’ingresso del paese in un periodo di crisi occorrevano provvedimenti legislativi per evitare l’eccessivo ricorso agli ammortizzatori sociali, mutando l’azione assistenziale in una componente delle politiche attive per il lavoro, che potessero favorire i lavoratori in un investimento su sé stessi, sul proprio capitale di conoscenza e saperi. E il volume vuole essere anche un doveroso omaggio alla figura dell’imprenditore democristiano, già partigiano in Val d’Ossola, tra i promotori nel 1972 della prima legislazione sull’obiezione di coscienza, titolare del dicastero dell’Agricoltura fra il 1974 e il 1980 e ministro dell’Industria nel biennio 1981-1982.

Nel corso di questi tre decenni, la pratica italiana del workers buyout si è alimentata grazie alle esperienze maturate altrove: negli Stati Uniti, dove si è coniato il termine, quando nel corso degli anni ottanta l’ondata di disoccupazione indotta dalla chiusura repentina di numerose grandi imprese operanti soprattutto nella GDO e di piccole aziende con meno di 50 lavoratori a causa della recessione allora in atto, è stata affrontata dai sindacati e lavoratori mediante un contributo iniziale e una decurtazione mensile in busta paga per rilevare imprese o rami di azienda. Nel 2016 negli Usa il numero delle imprese acquisite dai lavoratori superava le 7 mila unità, con complessivamente circa 13,5 milioni di addetti.

Il caso più eclatante è avvenuto in Argentina durante e dopo la svalutazione monetaria del 2001 e al gravissimo stato di crisi che comportò la chiusura di numerose aziende di piccole e grandi dimensioni con il fenomeno delle empresas recuperadas por sus Trabajadores (ERT).  

In Italia, pionieristica (e non ancora supportata dalle agevolazioni legislative) l’esperienza legata al quotidiano livornese «Il Telegrafo», i cui giornalisti e tipografi furono licenziati dalla proprietà nel 1976: dopo un periodo di occupazione del giornale, si costituì una cooperativa che fondò il giornale «Il Tirreno». La successiva crisi societaria, sempre in Toscana, della Richard Ginori costituì l’ispirazione del provvedimento legislativo in corso.

Il volume dà conto di queste esperienze, ma è nel viaggio tra le aziende italiane recuperate negli ultimi anni che si possono meglio percepire le potenzialità del modello e le sue possibili declinazioni nello scenario territoriale. Dieci i casi di aziende rigenerate negli anni di crisi raccontati: Zanardi, Cartiera Pirinoli, Fenix Pharma, Greslab, Industria Plastica Toscana, Lincoop, Lineaquattro, Raviplast, Scalvenzi, Tecnos. 

La documentazione e le storie legate alla decina di salvataggi andati a buon fine esemplificano un fenomeno in crescita (122 casi attivi al 2016 – nel 2007 erano 81 – 39 le operazioni in corso in 12 regioni italiane), oggetto di studi dell’Unione Europea e del ministero del Lavoro, di istituti di ricerca specializzati come Euricse.

Ma il tema delle imprese recuperate è soprattutto oggetto delle attenzioni delle centrali di rappresentanza sindacale e cooperativa e nelle associazioni di artigiani, dato l’alto grado di interazione tra queste, i lavoratori e la forma di impresa e – elemento tutt’altro che secondario – gli strumenti finanziari a disposizione del processo.

Il processo di WBO è anche frutto, infatti, di un meccanismo negoziato tra lavoratori, Stato e settore cooperativo e richiede necessariamente un approccio collaborativo, basato sulla fiducia, la condivisione solidale di obiettivi comuni e l’attenzione alle ricadute sociali, al contesto socio-culturale e istituzionale.

Per approfondire

in biblioteca:

Gianni Borsa, Giovanni Marcora. Un politico “concreto” dalla Resistenza all’Europa, 1999

Andrés Ruggeri, Le fabbriche recuperate. Dalla Zanon alla RiMaflow: un’esperienza contro la crisi, Alegre, Roma 2014

 

in rete:

Marcelo Vieta, Le imprese recuperate in Italia, Euricse 2016

Unione Europea e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Workers buyout, un fenomeno in crescita, s. d. [2016]

Marcelo Vieta, Sara Depedri, The Italian road to recuperating entreprises and the Legge Marcora framework: Italy’s Worker Buyouts in Times of Crisis, Euricse research report 15, 2017

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