La Liguria negli anni della crisi: economia e occupazione

Stefano Gaggero - 9 Gen 2018 - 16:21
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La seconda parte dell’indagine di Stefano Gaggero sullo scenario del decennio 2008-2017: in Liguria una situazione di fragilità in campo economico ed occupazionale   

Economia e lavoro in Liguria

La presente indagine include una rassegna d’indicatori che rappresentano la situazione dell’economia e del lavoro in Liguria, a confronto con il Nord Ovest e l’Italia, tramite una serie storica a cavallo della grande recessione.

Oltre l’evidente effetto della crisi, emerge il ritratto di un territorio che già in precedenza si trovava passi indietro alla sua macroregione di riferimento e oggi è ancora più distanziato.

La Liguria soffre un’alta incidenza di lavoro di scarsa qualità: con una grande quota di occupazione a tempo, che non evolve dal precario allo stabile, sottopagata e sottoqualificata.

Spiccano anche differenze tra le province, dove quella di Imperia più delle altre presenta indicatori negativi, sia sotto il profilo economico, sia sotto l’aspetto occupazionale.

Un primo indicatore: il PIL reale e nominale

Il primo indicatore disponibile è la tradizionale variazione del prodotto interno loro (PIL) ai prezzi di mercato correnti. Nel nostro caso, abbiamo fissato il 2001 come l’anno di base ponendolo al valore di 100. Il PIL rappresenta un dato brutalmente quantitativo, tuttavia per introdurre il discorso ha una sua utilità nella misura in cui tratteggia una descrizione sommaria dell’evoluzione economica di un Paese o territorio.

Come si vede a colpo d’occhio, emergono tre considerazioni. La prima riguarda gli effetti palesi della grande recessione: nel 2009 sul 2008, in un solo anno, il PIL è diminuito del 5% in Liguria e nel Nord-Ovest, del 4% a livello nazionale.

La seconda riguarda la lentezza della ripresa e il verificarsi di una sorta di falsa ripartenza: il Nord-Ovest e l’Italia, dopo un rimbalzo tra il 2010 e il 2011, annullato negli anni seguenti, hanno recuperato e superato i volumi di ricchezza raggiunti nel 2008 solo dopo 6 anni, nel 2015.

Il terzo dato riguarda il divergere in peggio del percorso della Liguria: la nostra regione, che già nel periodo pre-crisi seguiva una curva più bassa rispetto alla sua macroregione e al Paese, non ha ancora recuperato i numeri precedenti alla grande recessione e sta vivendo una fase di sostanziale stagnazione con una crescita dell’1,4% appena in un intervallo lungo 6 anni.

Pure se teniamo in considerazione l’andamento del PIL reale, anziché nominale, che EUROSTAT calcola in standard di potere d’acquisto (SPA) ed è una misura più appropriata dei livelli di ricchezza, la Liguria ha perso terreno.

Se nel 2000 tutte le province contavano su un PIL SPA superiore al dato dell’intera Unione europea, oggi i due territori ponentini — Savona e Imperia — si collocano sotto quel livello.

L’arretramento della ricchezza relativa della nostra regione rispetto al dato dell’UE è sia conseguenza della stagnazione locale, sia di un complessivo incremento che ha attraversato l’Unione e che, però, è stato particolarmente accentuato in alcune delle aree più benestanti e urbane. A esempio, la regione londinese di Camden e della Città di Londra registrava già nel 2000 un PIL SPA uguale a 979, fatto 100 il valore di tutta l’UE, e ha toccato il valore di 1.273 nel 2014 (una crescita del 30%!); la regione sempre londinese di Westminster è cresciuta da 857 a 976 (il 14% in più).

Il valore aggiunto regionale deriva soprattutto da attività nell’ambito del settore dei servizi, dove in particolare dal 2004 al 2014 sono cresciute le attività immobiliari, delle professioni e finanze e assicurazioni (a Genova) e quelle legate ad arte, intrattenimento e altri ambiti.

Invece, il valore aggiunto delle attività commerciali è rimasto stabile ed è diminuito quello delle attività d’informazione e comunicazione. Si è ugualmente ridotto il valore aggiunto dell’agricoltura, anche nella provincia d’Imperia, dove è più consistente.

È cresciuto complessivamente il valore aggiunto dell’ambito dell’industria (senza contare le costruzioni), in via principale nella città metropolitana di Genova.

La qualità dell’occupazione

La grande recessione ha lasciato il segno anche sui livelli di occupazione, che dal 2008 al 2013 sono calati all’incirca di 3 punti percentuali sia in Italia, nel complesso, sia nel Nord-Ovest, sia in Liguria.

Vale notare la grande disuguaglianza tra il tasso di occupazione del Nord-Ovest e quello nazionale: la forbice nel 2016 è di 8,2 punti percentuali; la Liguria si colloca, in questo come in altri indicatori, sotto i numeri della sua macroregione, all’incirca di 3 punti.

La seconda grande disparità occupazione riguarda un divario di genere: l’occupazione femminile è 9 punti sotto l’occupazione generale, che si riducono a 8 nel Nord-Ovest e in Liguria.

Almeno si può comunicare una buona notizia: a parte il caso della Liguria e nonostante la crisi, l’occupazione femminile è migliorata rispetto alla situazione d’inizio millennio e anche rispetto al 2008. La nostra regione, invece, che nel 2002 aveva un’occupazione femminile più elevata anche del Nord Ovest è rimasta sostanzialmente dove si trovava.

Il tasso di occupazione ha quindi iniziato a riprendersi dal 2013, e l’occupazione femminile oggi è addirittura maggiore rispetto allo scoppio della crisi.

È però possibile misurare la qualità di questa occupazione? Alcuni indicatori arrivano in nostro soccorso. È possibile verificare come l’incidenza di lavoro part-time sia cresciuta costantemente. Da un tasso intorno all’8,5-9% per Italia, Nord Ovest e Liguria siamo passati, con una crescita quasi ininterrotta, a valori più che raddoppiati tra il 18,5 e il 21% (valore massimo tutto ligure, tra l’altro).

Il fenomeno riguarda in modo rilevante le donne: quasi 2 su 5 in Liguria e quasi 1 su 3 in Italia e nel Nord Ovest sono occupate a tempo parziale. Secondo l’ISTAT, il tasso di part-time involontario nella nostra regione è del 13,1% al 2016 (5,1% nel 2005).

Una situazione fragile

Sempre scrivendo di qualità dell’occupazione, altri indicatori riferiti alla Liguria non sono cresciuti nel tempo alla stregua del lavoro part-time, ma trovandosi già su valori significativi ed essendo marginalmente peggiorati contribuiscono a rappresentare una situazione di fragilità.

Dalla ricerca ISTAT sul benessere equo e sostenibile in Italia nel 2017 (“BES 2017”, si veda il nostro articolo La Liguria nel rapporto 2017 sul benessere equo e sostenibile), con dati riferiti al 2016: il tasso di occupati in lavori a termine da almeno cinque anni è del 17,9% (16,3% nel 2005); il tasso di occupati sovraistruiti, vale a dire adibiti a mansioni inadeguate al loro livello d’istruzione, è del 22,4% (20,1% nel 2005); il tasso di occupati non regolari è del 12,1% (al 2015; 9,1% nel 2005). Per altri indicatori non è disponibile una serie storica precedente alla crisi, comunque dal BES 2017 sappiamo che in Liguria al 2016 il tasso di dipendenti con bassa paga, cioè inferiore ai due terzi del valore mediano, è del 6,6% e il tasso di trasformazioni dei lavori instabili in stabili è del 18,1%.

La grande parte degli occupati lavora in attività dei servizi. Dal 2004 al 2014, in questo ambito sono aumentati i lavoratori delle attività della comunicazione e informazione (a Genova), della finanza e assicurazioni (a Genova), delle professioni (ancora, soprattutto, a Genova) e dell’arte, del divertimento e di altri servizi; il segmento della pubblica amministrazione invece ha perso lavoratori in tutte le province tranne quella d’Imperia.

Pure rimettendo valore aggiunto, il settore primario ha acquistato lavoratori a Genova e Imperia; al contrario, l’industria (tolte le costruzioni) ne ha persi in corrispondenza di una crescita del valore aggiunto (6 mila di meno a Genova).

La curva del tasso di disoccupazione ha seguito un andamento speculare all’occupazione: l’indicatore è più che duplicato dall’inizio della crisi; dal 2014 ha ripreso a discendere. La disoccupazione femminile è tendenzialmente più elevata di quella complessiva (1 punto percentuale, 2 punti percentuali in Liguria al 2016).

Come noto, il tasso di disoccupazione raggiunge il massimo nelle fasce d’età più giovani: a livello nazionale, contro il dato generale dell’11,7% nel 2016, è del 37,8% tra i 15-24enni e del 17,7% tra i 25-34enni; nel Nord Ovest è del 32,1% tra i 15 e i 24 anni e del 10,8% tra i 25 e i 34; in Liguria raggiunge il 37,9% tra i più giovani e il 15,5% tra i 25-34enni.

Per chiudere questa indagine, possiamo presentare uno spaccato dei dati sulla disoccupazione a livello provinciale nel 2016.

L’indicatore generale sfiora il 10% a Genova e Spezia, raggiunge il 13 a Imperia e si ferma al 6% nella provincia di Savona. Savona è anche l’area con la minore disoccupazione femminile, al 7% rispetto al 12-13% delle altre province e giovanile, per la quale il massimo è raggiunto a Genova nella fascia 15-24 anni (41%) e alla Spezia nella fascia 25-34 anni (17%).

La prima parte dell’inchiesta La Liguria negli anni della crisi: la popolazione

(21 novembre 2017)

Gli altri articoli di Stefano Gaggero

La società dei vulnerabili: povertà e famiglie in Liguria (14 novembre 2017)

Le imprese cooperative in Liguria (15 dicembre 2017)

 

l’immagine di copertina: @giannipaololiziani

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