Imprese di comunità: partecipazione civica per lo sviluppo locale

Sebastiano Tringali - 5 Apr 2019 - 20:00
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Partecipazione civica alla produzione di beni e servizi come strumento di sviluppo locale: l’impresa di comunità nel nuovo libro del Mulino

Una possibile riformulazione delle relazioni tra i cittadini e dei rapporti con l’amministrazione pubblica, con obiettivi di crescita dei territori, di tenuta sociale e potenzialmente di opportunità occupazionale.

Anche di questo si tratta, nel parlare delle imprese di comunità, forma innovativa di organizzazione civile al tempo economica e sociale, che negli ultimi anni sta uscendo dal limbo dell’indefinito, guadagnando crescenti spazi nell’attenzione del mondo della ricerca economico sociale e dell’informazione.

Dal primo e ancora solido punto di riferimento, il Libro bianco Euricse del 2016, lo scenario nazionale è stato arricchito da nuove esperienze e dalla maturazione di quelle pionieristiche, da regolamentazioni innovative da parte degli enti locali, e da una particolare attenzione riservata dalle centrali di rappresentanza delle imprese cooperative, coinvolte in alcuni casi con poli di ricerca in progetti europei di sviluppo eco-sostenibile (Me.Co.).

In questo quadro dinamico si ritiene particolarmente utile il nuovo libro di Pier Angelo Mori, docente all’Università di Firenze e del ricercatore Euricse Jacopo Sforzi, che insieme all’elaborazione di una definizione sempre più accurata di questa tipologia di impresa, restituisce un prezioso quadro metodologico, imprescindibile per ogni approfondimento in ottica pluridisciplinare sulle singole realtà locali.

L’origine delle imprese di comunità si annida nel processo di trasformazione che investe ampie zone dei centri urbani e le aree interne, dove l’accesso a servizi primari (dilatandone l’ambito anche alle moderne declinazioni, quali ad esempio la telefonia, l’accesso a internet, la fruizione culturale, l’approvvigionamento energetico e idrico), dipende da scelte che quasi sempre travalicano le comunità territoriali e le stesse amministrazioni locali.

Attivare (o riattivare) strumenti di produzione di beni e servizi di qualsiasi natura può passare attraverso forme di partecipazione dei cittadini mirate alla formazione di nuove realtà sociali ed economiche, dove l’istituzione si trova a giocare un ruolo fondamentale su più fronti e livelli, senza che per questo venga meno la centralità della partecipazione civica.

L’ente locale si trova infatti spesso nel ruolo di facilitatore dei processi partecipativi, nella relazione con gli stakeholder (in particolare sotto l’aspetto dell’accesso al credito e agli strumenti finanziari), in taluni casi è attore egli stesso dell’impresa, in tal modo rafforzando e in qualche maniera legittimando i meccanismi dal basso generativi della maggior parte dei processi studiati.

Le diverse esperienze di impresa comunitaria, tra cui quella della ligure Brigì, raccontano vivaci casi concreti che oltre a dimostrare l’intensità e la vastità degli obiettivi e degli approcci, rivela quanto di autentico e caratteristico della cooperazione delle origini sia traslato alle nuove forme di impresa di comunità, a cominciare dalla risposta prima ai nuovi bisogni della collettività.

Su quale forma possa assumere questo tipo di impresa, infatti, i molteplici asset propri alla cooperativa sembrano rendere questa il veicolo migliore per attuare il progetto di impresa e favoriscono sostanzialmente l’identificazione nella società cooperativa di comunità l’ambito più idoneo nel quale agire collettivamente in termini imprenditoriali.

Quanto siano articolate nella missione le imprese di comunità sul suolo nazionale è verificabile nell’ideazione di servizi innovativi, nelle azioni di recupero di poli culturali e associativi, nell’offerta di turismo sostenibile, nelle possibilità di collocazione lavorativa di soggetti svantaggiati o esclusi dal mondo del lavoro in progetti di rigenerazione urbana o di riattivazione di comunità locali. Senza che venga meno la sostenibilità dell’operazione e con finalità che vanno oltre la dimensione del profitto.

Anche in questo, l’impresa di comunità si colloca tra le vie percorribili alternative al modello classico di impresa e all’intervento squisitamente pubblico, grazie al suo portato di elementi innovativi nelle forme di governance, nella natura inclusiva delle società, nell’elaborazione di strategie condivise di sviluppo dei territori.  

Per le sue caratteristiche, in particolare quelle legate agli aspetti di governance, il modello di impresa di comunità si presta infine ad essere veicolo di sperimentazioni nell’amministrazione condivisa dei beni comuni, sia dove questi risultino immediatamente fruibili dalle comunità locali (si pensi alle risorse in passato disciplinate negli usi comuni, come i boschi o le fonti idriche), sia nel caso più complesso di beni immobili rigenerabili attraverso attività che presuppongono investimenti e progetti finalizzati a una gestione finanziariamente oculata del bene. 

Le possibili interazioni e contaminazioni tra le diversificate esperienze di partecipazione civica emerse negli studi di Labsus sull’universo dei beni comuni e le possibilità aperte dall’impresa di comunità in merito alla loro gestione aprono, secondo gli autori, a interessanti prospettive sul piano operativo e possono contribuire ad aumentare la conoscenza intorno alle nuove modalità con cui operare per la comunità, attraverso la partecipazione di questa a un progetto di impresa

 

Il volume è stato recentemente presentato a Genova, presso i Giardini Luzzati Spazio Comune, gestito dalla Cooperativa Il.Cesto, attiva nella rigenerazione urbana, nella promozione culturale e in progetti sociali inclusivi.

 

Il libro sul sito dell’editore

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