Fare comunità: cooperative e territorio nella rivista Città in Controluce

titolo Città in Controluce. Rivista sulla qualità della vita e il disagio sociale
editore Vicolo del Pavone
anno 2017
pp 232
isbn 978-88-7503-102-2
introduzione Giampaolo Nuvolati
Numero 29/30 | ottobre 2017
Sottotitolo Fare comunità
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Le cooperative di comunità come soggetto di aggregazione per ripensare i modelli di vita comunitari. Un nuovo elemento di riflessione sul tema sulla rivista Città in Controluce, diretta da Giampaolo Nuvolati (ordinario di Sociologia e Ricerca Sociale all’Università di Milano) e dedicata nell’ultimo numero del 2017 al tema del fare comunità.

Si tratta di una necessità umana, imprescindibile e storicamente alla base dei grandi fenomeni associativi che hanno contraddistinto l’otto-novecento, ma che nell’epoca dell’individualismo assume i caratteri di urgenza e impellenza, richiedendo – come sottolinea il curatore nell’Introduzione – un atto volontaristico, un impegno individuale e collettivo denso di responsabilità: «Le nostre oggi sono biografie attive, che ci chiamano ad atti di responsabilità, lavoro e apertura anche verso lo sconosciuto nella creazione di legami spesso deboli, provvisori, da sostituire con altre reti a seconda del bisogno e delle circostanze, ma comunque irrinunciabili e parte della nostra esistenza. Senza comunità, qualunque sia la sua forma e la sua finalità, non riusciamo a vivere».

Il tema è suscettibile di differenti approcci, temi e proposte, come testimoniato dalle varie forme di collaborazione e collettivismo che caratterizzano l’epoca contemporanea, dalle cooperative agricole alle associazioni spontanee nate in contesti urbani e metropolitani, alle comunità delle avanguardie artistiche, fino alle più recenti, le comunità digitali alimentate dalle community e dai social media.

Trasversale al tema comunitario è la riflessione sulle aree interne del Paese e sui progetti di recupero delle comunità intorno ai progetti di rivitalizzazione dei territori fragili che costituiscono l’ossatura nevralgica della Penisola. Dalla necessità di aggregazione tra vari soggetti in ragione di una comunanza di intenti legati a un progetto procede il contributo di Marco Mareggi Territori fragili e comunità di intenti: opportunità per l’Appennino che inaugura la sezione dedicata ai beni comuni globali, ai territori lenti, ai commons, alle pratiche di cooperazione comunitaria, alla relazione con le politiche nazionali quali la Strategia nazionale per le aree interne e i Piani di Sviluppo Rurale, alle pratiche contrastanti il depauperamento demografico e sociale delle aree periferiche e ultra-periferiche nazionali.

Alta Scuola delle Cooperative di comunità a Succiso (RE)

Tra gli strumenti di rivitalizzazione dei legami e dei territori la cooperazione di comunità assolve un ruolo non secondario, generando pratiche sostenibili di sviluppo di esperienze comunitarie in ambito urbano e non, ma soprattutto fornendo linee guida e un impianto valoriale che ritroviamo nella Carta di Gaverina Terme, per la prima volta qui pubblicata nella sezione dedicata alle cooperative di comunità – curata in collaborazione con Legacoop Liguria CulTurMedia e con il Centro Studi Cooperativi Danilo Ravera – cui dedicano i loro contributi Carlo Possa e Andrea Bernardoni.

Carlo Possa, di Legacoop Emilia Ovest, membro della Direzione nazionale di Legacoopsociali e del comitato scientifico del progetto Cooperative di Comunità, promuo­vere la cooperazione, i beni comuni, e il territorio, muove dalla genesi delle prime cooperative di comunità ai nuovi scenari aperti dalla formulazione, lo scorso giugno, della Carta di Gaverina, il documento che evidenzia la stretta connessione tra cooperative di comunità e le opportunità di crescita e sviluppo delle cooperative sociali, chiamate a spostare progressivamente il proprio baricentro dal soddisfacimento dei bisogni di particolari gruppi sociali o professionali alla società nel suo complesso.

Il case-study naturale per analizzare le implicazioni del nesso impresa sociale-cooperazione di comunità è da rintracciare nel paese-modello, Succiso, piccolissimo centro dell’alto Appennino reggiano (64 abitanti residenti fissi tutto l’anno, che crescono sensibilmente nel periodo estivo), balzato agli onori della cronaca nazionale e internazionale per l’attivismo della cooperativa Valle dei Cavalieri, 26 anni di vita, un fatturato di 670.000 euro nel 2016 e 7 lavoratori a tempo indeterminato cui si aggiungono diversi operatori stagionali.

L'antico essiccatoio per la farina di castagne, Cooperativa i Briganti di Cerreto Alpi (RE)

L’intuizione di questa, ed altre cooperative che nel frattempo si sono costituite (una decina quelle sorte in Liguria dalla prima, l’imperiese Ture Nirvane, anche essa fondata un quarto di secolo fa) è stata quella di dare risposte alla comunità, coinvolgendola nel profondo e democraticamente, con l’obiettivo di creare occupazione per chi, soprattutto giovane e attivo, è voluto rimanere. Una volta fatto rinascere bar e panificio, naturali strumenti di sopravvivenza sociale e materiale, la Valle dei Cavalieri ha avviato una attività agricola, aprendo quindi un agriturismo, sviluppando servizi turistici e di cura del territorio.

Le cooperative di comunità sono infatti imprese, impegnate nella produ­zione o gestione di un bene o servizio, che perseguono l’obiettivo del miglioramento del benessere della comunità di riferimento. Rappre­sentano quindi un modello di impresa efficace per contrastare le tra­sformazioni economiche e sociali che influenzano negativamente lo sviluppo delle comunità rurali e urbane.

Il borgo medievale di Torri Superiore (IM) sede della cooperativa di comunità Turi Nirvane

Proprio sul ruolo di impresa insiste il contributo di Andrea Bernardoni, responsabile dell’Area Ricerche presso Legacoopsociali nazionale, già docente in Strategie organizzative e com­petitive d’impresa presso l’Università di Perugia e ricercatore in ambito economico e sociale sui temi dell’impresa sociale, l’innovazione in ambito economico e sociale e l’evoluzione delle politiche di welfare.

Ragioni di efficienza gestionale e di governance, aperta alla partecipazione democratica dei cittadini attivi, unite alla proliferazione di esperienze e studi (nazionali e internazionali, si pensi all’attenzione del Giappone) spingono molti osservatori a individuare nella cooperazione di comunità una possibile terza via nella gestione di alcuni servizi e beni pubblici come ad esempio l’acqua.

Nelle cooperative di comunità il cittadino da utente del servizio diviene proprietario, socio della cooperativa, coinvolto direttamente nella produzione del servizio.

La forma cooperativa, inoltre, grazie al principio fondativo dell’indivisibilità del patrimonio tra i soci e dei limiti esistenti alla remunerazione del capitale può garantire meglio di altre forme di impresa gli interessi dei cittadini e delle generazioni future nella gestione dei servizi pubblici locali.

«Città in Controluce. Periodico sulla qualità della vita e il disagio sociale», n. 29/30, ottobre 2017, Fare comunità

La rivista è edita e distribuita dalla casa editrice cooperativa Vicolo del Pavone

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