Cultura, comunità e impresa al Salone del libro di Torino

Sebastiano Tringali - 21 Mag 2018 - 7:20
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Immaginare un futuro migliore – nel quale filiera editoriale e informativa, ricerca sociale, narrazione civile, rigenerazione comunitaria, cura del bene comune possano sostenere l’inversione di un ciclo fondato sull’economia della paura – è una sfida che passa anche attraverso il racconto delle esperienze più significative nei campi dell’inclusione culturale, della progettazione partecipata, dell’impegno concreto nella legalità e nelle buone pratiche nel processo di ridefinizione dei legami comunitari.

Le città, come i sogni – scriveva Italo Calvino – sono costruite da desideri e da paure, e il leit-motiv scelto dall’Alleanza delle Cooperative Italiane Cultura per il suo intenso programma di iniziative, “Per non temere il futuro occorre immaginarlo”, dilata le implicazioni del tema dell’edizione 2018 del Salone del Libro di Torino (Un giorno tutto questo…) alle potenzialità ed al valore della cultura come elemento connettivo delle comunità, elemento implicito all’azione cooperativa nella sua missione ideale e nella pratica di impresa.

Un percorso che non a caso inizia dalle radici della nostra cultura immateriale, come testimonia l’impegno di Mario Lepri e della cooperativa Kinè nel ripartire dalle fonti archivistiche, in questo caso attingendo alla vasta tradizione etnomusicologica italiana degli anni Sessanta dello scorso secolo, attraverso il percorso biografico e artistico di Caterina Bueno (1943-2007), pioniera della ricerca dei canti popolari italiani che in Ernesto De Martino, Gianni Bosio e Roberto Leydi vedrà nel decennio successivo alcuni dei suoi più noti studiosi e in Giovanna Marini e Francesco De Gregori i più noti epigoni sul fronte artistico.

Con il biopic in produzione di Francesco Corsi, al centro della narrazione è una comunità in trasformazione, quella italiana nella provincia pre-boom economico, sospesa tra arcaismo e avvento della società dei consumi. Ma, specularmente, anche la comunità stessa degli utenti (significativamente costituita in prevalenza dalle giovani generazioni attratti dalla riscoperta del recente passato) che attraverso una campagna di crowdfunding sostiene il lavoro culturale della cooperativa di produzione cinematografica senese e parimente quello della napoletana SIRE, rappresentata al Salone da Alessandro Manna e impegnata in un articolato progetto di restituzione organica alla collettività, tramite la sua fruizione, del patrimonio culturale meno noto del Mezzogiorno, spesso situato a poca distanza dai grandi attrattori culturali come la rete di residenze borboniche edificate tra Campania e Sicilia.  

È un Sud che si muove in direzione diametralmente opposta a una vulgata tristemente consolidata, quello illustrato dalle imprese e dalle centrali cooperative, dalle istituzioni, dagli autori e dagli operatori culturali che anche nell’edizione 2018 del Salone hanno voluto dare testimonianza di una comunità in movimento, polimorfa e attiva nei suoi poli riconosciuti di azione conservativa e formativa, come nei luoghi impropriamente e da lungo tempo associati a una presunta marginalità culturale.

Campania, Puglia, Sicilia (così come le aree appenniniche e le regioni dell’ex triangolo industriale al Nord) conoscono fenomeni di spoliazione e impoverimento sociale e culturale, invertibili solo tramite l’adozione di strategie di ampio respiro e multistakeholder.

Sono progetti che valorizzano l’impegno della Sicilia nell’affermare nuove pratiche di legalità e di lotta alle mafie, con cooperative e comunità di cittadini impegnati nella restituzione di valore sociale e sostenibilità ai beni confiscati alle mafie, oggetto del progetto Scendi a Palermo presentato da Legacoop Sicilia e dal suo presidente Filippo Parrino.

Così come la progettualità condivisa pugliese, innestata sulla decennale attività di Legacoop Puglia di Carmelo Rollo e sulla centralità della promozione della lettura e dell’identità del territorio attraverso le community library, oggetto di un inedito e oneroso intervento della Regione Puglia e del sostegno dell’assessorato di Loredana Capone al festival della legalità Legalitria e alle iniziative di Radici Future di Leonardo Palmisano, autore di Mafia caporale.

La cultura come affermazione di legalità, contrasto alla povertà educativa, alla disoccupazione giovanile, alla dispersione scolastica e alla disgregazione dei legami comunitari nelle periferie urbane è anche la missione che anima dagli anni Settanta l’attività di Stalker Teatro e di Stefano Bosco, dal 2002 impegnati al quartiere torinese delle Vallette in progetti di animazione teatrale a vocazione inclusiva che vedono unite sul campo istituzioni scolastiche, imprese culturali e cittadini attivi, nel solco dell’esperienza internazionale del community theatre.

Da alcuni anni, molte di queste iniziative trovano un esito di impresa, nella forma cooperativa di comunità: uno strumento in grado, come segnalato dal Libro Bianco a cura di Euricse, di coniugare gli elementi di identità, dialogo, nuova cittadinanza e sviluppo sostenibile dei territori con obiettivi di impresa, attraverso declinazioni che variano dalla rigenerazione urbana alla cura dei beni comuni, oggetto di ricerca della sociologa Daniela Ciaffi e di Labsus, il Laboratorio per la sussidiarietà promotore dei primi strumenti normativi sull’amministrazione condivisa.

In una nazione come l’Italia, in contesa con il Giappone per il primato di invecchiamento della popolazione, le strategie comunitarie di prevenzione dello spopolamento demografico delle aree interne continuano ad essere meta di studio e viaggio di studiosi, ricercatori e cooperatori, come testimoniato dalla recente visita della dirigenza della cooperazione di consumo giapponese alla Valle dei Cavalieri di Succiso co-presieduta da Oreste Torri, attiva dai primi anni Novanta intorno a un progetto di rivitalizzazione di un paese appenninico depauperato demograficamente già nel secondo dopoguerra, ora sede di una vitalissima e pluripremiata comunità di oltre cinquanta soci e una decina di dipendenti impiegati nell’accoglienza e nella ristorazione all’insegna del turismo sostenibile e di comunità.

Una situazione che inevitabilmente rimanda alla Liguria, dove la cooperazione di comunità ha trovato terreno fertile favorita dalla peculiarità demografica e dalla conformazione territoriale di ponte tra aree montane e densi agglomerati urbani costieri.

In pochi anni, mutuando l’esperienza emiliana di Cerreto e Succiso, sono germinate sul territorio dieci cooperative di comunità, da Mendatica, nell’entroterra imperiese, alla recente cooperativa tra i cittadini di Vallecchia nel lato estremo opposto della regione, stimolate da un lavoro triennale di promozione del modello cooperativo di comunità operato da Legacoop Liguria attraverso il coordinatore di CulTurMedia Roberto La Marca, che ha stimolato la trascorsa amministrazione regionale nell’approvazione di una legge specifica che ne regolamenta l’azione.

Il ruolo che quotidianamente assolve la cooperazione nella cultura – particolarmente rappresentata nella filiera editoriale, come testimoniato dalla presenza attiva al Salone di realtà consolidate come Trenta e Lode, Pagine Di, Vicolo del Pavone, Bacchilega Editore, Ecra, Radici Future – non può prescindere dalla sostenibilità di una produzione culturale paradossalmente eccessiva.

A dispetto dei dati sconfortanti sulla lettura degli italiani (40% di non lettori nel nostro Paese), sono infatti riversati sul mercato nazionale oltre 60mila titoli annui, con evidenti ricadute in termini ambientali soprattutto negli aspetti distributivi, come sottolineato da Lucetta Paschetta, animatrice con Roberto Calari della presenza dell’Alleanza Cooperativa italiana alla kermesse libraria torinese e delle iniziative nazionali dedicate all’editoria indipendente di qualità.

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