2018 Anno del Cibo italiano. Primo: ridurne lo spreco

Sebastiano Tringali - 19 Gen 2018 - 11:15
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Il 5 febbraio è la quinta Giornata nazionale di Prevenzione dello Spreco Alimentare: analisi del fenomeno e buone pratiche nel Libro Bianco Coop

La produzione, la distribuzione ed il consumo responsabile del cibo sono tasselli importanti nella transizione verso un’economia circolare, nella quale la riduzione degli sprechi e l’ottimizzazione delle risorse materiali impiegate siano accompagnate dalla diffusione di modelli di acquisto e di consumo attenti agli impatti ambientali e orientati alla solidarietà attiva.

Dimezzare lo spreco alimentare globale pro-capite a livello di vendita al dettaglio e dei consumatori e ridurre le perdite di cibo durante le catene di produzione e di fornitura (comprese le perdite del post-raccolto) è il target stabilito dall’Onu per garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo. L’Obiettivo 12 dell’Agenda 2030 chiama infatti in causa produttori, distributori, amministrazioni pubbliche, imprese sociali e consumatori, investiti in quota variabile della responsabilità di riequilibrare il divario esistente tra l’eccedenza e il bisogno alimentare.

Il tragitto verso l’obiettivo fissato dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile è segnato dal Piano di lavoro quinquennale (2017-2022) per l’uso efficiente delle risorse, adottato dalla Presidenza italiana del G7 del 2017, che individua come aree prioritarie per le azioni comuni a livello G7 il coinvolgimento dei cittadini con azioni di sensibilizzazione e delle imprese per garantire l’estensione della durata di vita dei prodotti per limitare lo spreco di cibo (Ministero dell’Ambiente-Ministero dello Sviluppo Economico, Verso un modello di economia circolare per l’Italia. Documento di inquadramento e posizionamento strategico, luglio 2017).

Per l’Italia, inoltre, il 2016 ha segnato uno spartiacque sul fronte del contrasto allo spreco alimentare con l’approvazione della Legge 19 agosto 2016, n. 166 «Disposizioni concernenti la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi», la prima norma approvata nel nostro Paese – come sottolinea la promotrice e relatrice Maria Chiara Gadda – a parlare concretamente di economia circolare.

Con la Legge Gadda si è definito un quadro normativo semplificato, composto dalle norme già esistenti in materia di responsabilità civili (Legge del Buon Samaritano, L. 155/03) e di sicurezza igienico-sanitaria, agevolando le donazioni e stabilendo una gerarchia delle destinazioni degli alimenti recuperati con priorità agli indigenti ed aprendo ai Comuni la possibilità di riconoscere ai donatori incentivi attraverso riduzione della tassa per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti.

L’atto legislativo, fondato non su un impianto sanzionatorio ma su una filosofia incentivante, colloca il Paese in una posizione avanzata soprattutto nella rimozione degli ostacoli burocratici e operativi che, di fatto, non consentivano sinora la diffusione delle buone pratiche per il recupero dei beni deperibili.

La Legge di Bilancio 2018 appena entrata in vigore, estende e definisce con maggiore precisione i termini di azione del provvedimento, ampliando i prodotti donabili (farmaci e parafarmaci con confezionamento primario e secondario integro e in corso di validità, prodotti per l’igiene della persona, cancelleria, etc.), la deduzione integrale per le imprese a fini IVA, una ulteriore semplificazione delle procedure (per le donazioni inferiori è sufficiente il documento di trasporto) e l’ampliamento della platea dei donatori ammessi a grossisti, farmacie, distributori.

Sebbene la conoscenza del provvedimento legislativo sia ancora largamente minoritaria tra i consumatori italiani – solo 6 italiani su 10, il 59% degli intervistati, sono al corrente dell’esistenza di una nuova legge dedicata al recupero e alle pratiche anti spreco (addirittura il 90% degli italiani a inizio 2017 dichiarava di non conoscere i contenuti del provvedimento o di averne solo vaghe informazioni, sondaggio Waste Watcher) – l’attivismo dei vari attori istituzionali e privati coinvolti, la diffusione di buone pratiche di sostenibilità e la solidarietà dei consumatori testimoniano una attenzione maggiore da parte degli italiani al fenomeno dello spreco alimentare, consentendo un cauto ottimismo per quanto concerne l’immediato futuro.

Secondo il Rapporto Coop 2016, quasi l’80% degli italiani riconosce la lotta allo spreco come priorità valoriale, dichiarando di insegnare ai propri figli a gestire in maniera più efficiente gli approvvigionamenti di cibo: il Rapporto sottolinea come la correzione dei comportamenti meno attenti allo spreco per i consumatori italiani sia elemento prioritario rispetto all’acquisto di prodotti in stagione, alla scelta di prodotti di qualità ed alle strategie di risparmio sulla spesa.

L’auspicio è che l’Anno del Cibo Italiano, indetto per il 2018 dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali e dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, sia un’occasione anche per riflettere sulle diseguaglianze nell’accesso a un bene primario e sensibilizzare imprese e consumatori su un tassello di primaria importanza per avviare il Paese verso un uso efficiente, democratico e sostenibile delle risorse.

In attesa di conoscere i dati più recenti – che misureranno per la prima volta lo spreco domestico effettivo su un campione rappresentativo e i cui dati verranno diffusi ai primi di febbraio in occasione della quinta Giornata nazionale di Prevenzione dello Spreco Alimentare – un’opportunità per fare luce sugli studi internazionali e quantificare il fenomeno è offerta dal Libro bianco Coop sullo spreco alimentare, primo studio sistematico sul tema curato per ANCC-Coop da Mauro Bruzzone e Francesco Russo e pubblicato nel dicembre 2017.

Il Libro Bianco analizza le politiche e le iniziative globali di gestione delle eccedenze e offre un ampio focus sulla gestione della prevenzione dello spreco nelle cooperative di consumatori, avvalendosi delle ricerche del CRANEC (Centro di Ricerche in Analisi e Sviluppo Economico Internazionale) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, a cura di Virginia Invernizzi, e di uno studio di SCS Consulting che indaga sui comportamenti e le abitudini delle famiglie di consumatori attraverso l’analisi di un campione rappresentativo del 95% del “mondo Coop”.

Quantificare lo spreco

Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO 2011, su dati 2007) un terzo di tutti i prodotti alimentari a livello mondiale, 1,3 miliardi di tonnellate edibili, vengono perduti o sprecati ogni anno lungo l’intera catena di approvvigionamento, per un valore di 2600 miliardi di dollari.

Ma la dimensione dello spreco alimentare non è di semplice quantificazione: il concetto stesso varia a seconda del Paese di rilevazione, dell’anello della catena agroalimentare in cui questo viene preso in considerazione, dalla destinazione iniziale del cibo e dalla sua fungibilità. Definirne con precisione i confini – avvertono gli autori della ricerca – non è un atto neutro, investendo una serie complessa di questioni economiche e sociali, comportamenti e stili di vita, politiche decisionali spesso lontane ed estranee dalla percezione dei consumatori.

La definizione adottata nello studio, mutuata dal Libro nero dello spreco in Italia: il cibo (2011) di Andrea Segrè, professore ordinario di Politica agraria internazionale e comparata all’Università di Bologna, e di Luca Falascioni, docente di Politica agraria e sviluppo rurale nello medesimo ateneo, concerne i prodotti alimentari destinati al consumo umano che hanno perso il valore commerciale, conservando tuttavia quello alimentare.

Tale prospettiva, contemplando tutti gli elementi della filiera, consente di focalizzarsi meglio sulle strategie indirizzate alla sua riduzione, sebbene pesi sulla questione l’assenza di una metodologia univoca per la rilevazione, e i dati europei siano in linea di massima riconducibili al periodo ante crisi economica, non permettendo quindi una serie storica che tenga conto dell’impatto di questa nelle abitudini dei consumatori europei. Dieci anni fa, nel 2007, nell’Europa a 27 l’ammontare totale dello spreco di cibo era di circa 89 milioni di tonnellate, con percentuali molto diverse da nazione a nazione.

Una stima elaborata nel 2012 dal Parlamento europeo non si discosta da tale cifra, indicando in 88 milioni la quantità di tonnellate di prodotti alimentari persi e sprecati lungo tutta la filiera alimentare: nelle aziende agricole, nella lavorazione e produzione, nei negozi, nei ristoranti e nelle abitazioni dei cittadini europei (FAO, EPRS, 2012). 

Anche in questo caso le percentuali variano sensibilmente, anche in relazione al peso dell’industria agroalimentare nei singoli Paesi e alle difformi metodologie di rilevazione. Su queste, è intervenuta la Corte dei Conti europea in un rapporto del 2016, che oltre a stimare in 126 milioni le tonnellate di cibo sprecate al 2020, denuncia l’assenza di una definizione comune di spreco alimentare e di parametri condivisi per misurarlo. Un elemento che, unito a una intermittente e in decrescita attenzione al tema da parte UE, ne inficia potenzialmente la coerenza delle azioni atte a contrastare lo spreco.

In Italia, la quantità di cibo sprecato in tutti i segmenti della filiera è valutata tra 5,5 e 6 milioni di tonnellate: uno studio del 2011 del Politecnico di Milano rileva come il dato corrisponda al 16% dei consumi alimentari complessivi, per una quota pro-capite di 94 kg all’anno, ma l’entità varia a seconda del metodo di rilevazione.

Le stime della UE nel 2010 la quantificano per l’Italia in 179 kg a persona, mentre un secondo studio citato nel Libro Bianco (che si avvale di dati 2011 della Commissione Europea e di Eurostat combinati con dati rilevati dalle singole nazioni) eleva la soglia a 10 milioni e mezzo di tonnellate equivalenti a uno spreco italiano procapite di 149 kg.

Per quantificare il valore economico complessivo dello spreco è possibile avvalersi di uno studio congiunto effettuato sulla base dei test “Diari di Famiglia” eseguiti dal Ministero dell’Ambiente con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari dell’Università di Bologna e con SWG nell’ambito del progetto Reduce 2017: oltre 15,6 miliardi di euro gettati ogni anno (lo 0,94% del PIL), che per il cittadino si traduce in una spesa di 360 euro.

Il peso, tuttavia, non grava solo sull’economia familiare e nazionale: l’impatto ambientale in termini di impronta idrica ed ecologica ed emissioni di CO2 è comprensibilmente altissimo in ogni anello della catena (sul fronte della ristorazione Camst, nell’ambito del progetto Life EFFIGE e in collaborazione con l’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa si è appena aggiudicata il bando europeo per misurare la propria impronta ambientale).

A complemento dei dati a riguardo pubblicati sul Libro Bianco, in un recente studio dell’ISPRA (2017) si riporta che lo spreco alimentare in Italia, se misurato in termini energetici, sia stimabile intorno al 60% della produzione iniziale: questo incide infatti sul deficit di biocapacità (ossia la capacità potenziale di erogazione di servizi naturali) per più del 58% globalmente, del 30% nell’area del Mediterraneo e del 18% in Italia, dove da solo impiega più del 50% della biocapacità complessiva della nazione.

Gli anelli della catena

Di considerevole interesse, anche in relazione all’efficacia delle misure di prevenzione e sensibilizzazione adottabili, è l’attribuzione della responsabilità dello spreco alimentare ai singoli segmenti della catena agroalimentare: produzione, trasformazione, distribuzione, ristorazione, fino al consumatore. Al quale, anticipiamo, spetta il podio per quantità di materia sprecata, a dispetto di una comune percezione che individua nel segmento distributivo l’apporto maggiore alla quantità complessiva della nazione.

I motivi della generazione dell’eccedenza alimentare, negli stadi a monte della filiera, possono essere riconducibili ad errori previsionali della domanda, difetti qualitativi che riducano il valore percepito (anche in termini estetici), danni nel packaging.

Nell’ultimo stadio, quello del consumo, giocano attitudini e comportamenti familiari e individuali su cui si dispone di una ricca e multidisciplinare letteratura: la bassa frequenza della spesa, l’acquisto di confezioni non divisibili, gli acquisti di impulso, l’abuso di acquisti basati su promozioni commerciali moltiplicative, errori nella conservazione, prodotti cucinati in eccedenza sono solo alcune cause indicate dagli osservatori.

Ma l’entità e la qualità dello spreco variano sensibilmente nel tempo e all’interno della complessa geografia culturale della nazione. Indicazioni sulla percezione da parte degli italiani provengono dall’annuale indagine promossa dall’Osservatorio Waste Watcher, secondo cui la principale tra le cause che determinano lo spreco è la difficoltà dei responsabili di spesa a tarare gli acquisti rispetto alle effettive esigenze familiari (49%) oltre alle non corrette modalità di conservazione dei prodotti deperibili (38%).

 

Il risultato finale è un’eccedenza che deve essere gestita al di fuori degli usuali canali commerciali e di consumo domestico, ma che solo in minima parte viene indirizzata all’alimentazione umana: la gestione dell’eccedenza avviene infatti tramite conferimento ad enti caritativi per il 6,4%, la vendita nei mercati secondari (solo l’1,1%) e la cessione alle aziende di trasformazione per il 11,5%, mentre viene destinata per l’80,9% allo smaltimento, come compost o per la produzione di energia.

Nella tabella seguente, ricavata dallo studio del Politecnico di Milano, sono riportati i valori per segmento al 2011 dell’eccedenza (definita come i prodotti alimentari o il cibo commestibili e sicuri che per varie ragioni non sono acquistati o consumati dai clienti e dalle persone per cui è stato prodotti, trasformati, distribuiti, serviti o acquistati) e dello spreco nella sua accezione sociale, ossia l’eccedenza alimentare che non è recuperata per il consumo umano, tramite donazioni a food bank o ad enti caritativi, oppure venduta su mercati secondari.

Il 92,5% dell’eccedenza alimentare viene così sprecata. Ma la rilevanza dello spreco differisce sensibilmente tra i diversi segmenti della filiera e tra le diverse categorie merceologiche a causa del grado di fungibilità, che esprime la possibilità di utilizzare l’eccedenza con un livello minimo di attività aggiuntiva da parte degli attori della filiera.

Nella fase di raccolta e allevamento, caratterizzata da bassa fungibilità, viene sprecato il 88,2% dell’eccedenza alimentare; nella fase di trasformazione industriale (medio-alta) il 44,7%; nella fase di distribuzione (media) il 92,5%, nel canale ristorazione (medio-bassa) il 90,8% e presso il consumatore (bassa) viene sprecato quasi il 100%.

Alimentare la prevenzione

Se l’eccedenza con più alto grado di fungibilità è concentrata nelle aziende di trasformazione e distribuzione (che l’analisi delle pratiche di gestione dimostra in molti casi attive sul fronte della sostenibilità), sono gli stadi che producono una fungibilità medio-bassa sui quali occorre concentrare maggiormente gli sforzi per destinare maggiori quantità di prodotti edibili al consumo umano: settore primario, parte della distribuzione, ristorazione, consumatori.

Dallo studio emerge la necessità di un investimento a livello di sistema, orientato a una stretta collaborazione tra gli attori della filiera e tra questi e gli intermediari non profit, per risolvere le criticità di natura sistematica e ricercare nuove soluzioni organizzative e tecnologiche, sostenibili economicamente.

Tutto ciò avrebbe tuttavia scarsa efficacia se non sorretto dalla crescita della consapevolezza collettiva intorno al fenomeno: la veicolazione delle buone pratiche, una corretta informazione alimentare, il coinvolgimento attivo della formazione e della ricerca sono quindi elementi portanti nella transizione verso gli imprescindibili obiettivi di sostenibilità.

All’attore pubblico, amministrazioni e governo, è affidato il compito di favorire e promuovere le pratiche sostenibili di gestione delle eccedenze, anche in relazione alle politiche di contrasto alla povertà, perseguendo nella direzione della promozione della prevenzione dello spreco domestico di cibo. I tagli alla spesa delle amministrazioni locali non consentono, tuttavia, grandi progressi su questo fronte: lo scorso dicembre, ad esempio, la Regione Liguria ha destinato solo 100.000 euro (poco meno di 5.000 € a Comune, se tutte le amministrazioni comunali liguri facessero richiesta) al finanziamento dei Comuni per azioni finalizzate alla prevenzione dei rifiuti prodotti, nell’ambito dell’annunciato “Piano regionale di prevenzione dello spreco alimentare”, previsto per sostenere progetti mirati al recupero delle eccedenze alimentari derivanti dall’industria alimentare, dai supermercati, ipermercati e dalle mense, che da sole assorbono circa il 30% del cibo gettato ogni giorno nei rifiuti in Italia.

Il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, attivo sul fronte della prevenzione tra i consumatori con la campagna #IoNonSpreco, istituirà prossimamente un osservatorio pubblico per porre rimedio alla carenza di dati aggiornati e di metodologia comune nella rilevazione dei dati, promosso grazie al Tavolo ministeriale istituito dalla Legge Gadda e cui prendono parte le associazioni dei consumatori.

A fine dicembre si è inoltre conclusa la selezione nazionale per il finanziamento di 500 mila euro a dieci progetti innovativi finalizzati alla limitazione degli sprechi e all’impiego delle eccedenze alimentari, bando previsto dal medesimo provvedimento legislativo. Uno di questi, ScartoBene, proposto dalla rete di cooperative sociali Cauto Cantiere Autolimitazione, si basa su una piattaforma di selezione delle donazioni di aziende agricole, ortomercati, GDO e organizzazioni tra produttori.

Una minuziosa e meritoria azione sul fronte della ricerca e della sensibilizzazione è condotta dall’Osservatorio nazionale sugli Sprechi Waste Watcher, attivo per iniziativa di Last Minute Market – lo spin off accademico diventato laboratorio di riferimento europeo per la riduzione e il recupero a fini solidali degli sprechi alimentari – in collaborazione con Swg e il Dipartimento di Scienze e tecnologie agroalimentari dell’Università di Bologna (Distal). Oltre all’elaborazione di report e indagini, l’Osservatorio fornisce gli strumenti di comprensione delle dinamiche sociali, comportamentali e degli stili di vita alla base dello spreco, alimentare e non, per orientare le politiche e le azioni di prevenzione dello spreco alimentare.

Con la campagna SprecoZero, supportata dal disegnatore Altan come testimonial e realizzata con il Ministero dell’Ambiente e l’Università di Bologna, Last Minute Marker è promotore della annuale Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare.

L’innovazione più recente sul fronte della prevenzione e informazione da parte delle imprese nasce nell’ambito del programma “Meno spreco più solidarietà” – che vede Coop impegnata a prevenire e ridurre le eccedenze alimentari e donare l’invenduto.

CoopNoSpreco è la nuova piattaforma digitale (realizzata da Vidigraph) articolata in un portale, una web community e una applicazione, sviluppate per promuovere la riduzione e la donazione delle eccedenze alimentari in tutti i segmenti della filiera, stimolare l’adozione di buone pratiche e facilitare il dialogo e lo scambio tra cittadini, aziende, scuole, associazioni ed enti locali attraverso iniziative di economia circolare. La parte propriamente didattica è affidata ad una serie di tutorial interattivi che introducono con efficacia alla pluralità delle forme e alla dimensione dello spreco.

Le eccedenze alimentari in Coop: l’indagine SCS

Il cuore del Libro Bianco Coop risiede in una accurata indagine, un unicum per l’Italia, sull’esperienza maturata dalla grande distribuzione organizzata sul tema della prevenzione, della riduzione e della donazione delle eccedenze alimentari.

L’indagine Un’analisi in casa Coop di SCS Consulting, a cura di Giulia Balugani, Daniela Longo e Giovanni Ravelli, è stata condotta sulla rete di minimercati, supermercati, superstore e ipermercati a insegna Coop su nove cooperative, due medie (Coop Reno e Coop Unione Amiana) e sette grandi: Coop Liguria, Unicoop Firenze, Unicoop Tirreno, Coop Centro Italia, Novacoop, Coop Lombardia e Coop Alleanza 3.0, nata nel 2016 dalla fusione di Coop Adriatica, Coop Estense e Coop Consumatori Nordest.

Anche tra le cooperative, come nel resto della gdo, si generano inevitabilmente volumi di generi alimentari non più vendibili, per modesti difetti della confezione esterna o per il non ottimale aspetto esteriore, ma ancora perfettamente consumabili. L’adozione di elevati standard qualitativi e di servizio, l’assortimento completo e fresco sui banchi fino al momento della chiusura del punto di vendita e il ritiro dalla vendita alcuni giorni prima della data di scadenza sono ulteriori fattori che gravano sul monte eccedenze, in adozione degli elevati standard qualitativi propri alla grande distribuzione cooperativa.

Dall’indagine è emerso che la principale causa di perdite a punto vendita sono le avarie dei prodotti, fra le quali anche i deterioramenti generati dall’interruzione della catena del freddo a causa di guasti agli impianti frigoriferi, comprese le rotture, ovvero i danneggiamenti accidentali dei prodotti avvenuti durante le operazioni di movimentazione, oppure causati volontariamente o meno dai clienti sui banchi dei negozi.

Le maggiori eccedenze derivano dai reparti freschissimi: macelleria, pescheria, banco salumi e latticini, panetteria e pasticceria, gastronomia, frutta e verdura. Per le cooperative, al valore di vendita lordo di Iva, si è trattato di un mancato incasso del valore di 135,2 milioni di euro nel 2016.

Il rapporto tra i dati delle vendite e quelli delle eccedenze nei reparti food indica che nell’arco temporale considerato (2013-2016), l’incidenza oscilla in Coop da un minimo dell’1,2% a un massimo dell’1,4%: circa un punto percentuale in meno della media della grande distribuzione italiana, stimata nel 2,3% dallo studio del 2012 del Politecnico di Milano, a dimostrazione di una propensione maggiore al contenimento dello spreco alimentare potenziale, realizzato grazie all’ottimizzazione delle gestioni commerciale e logistica e con l’attivazione di pratiche promozionali di fine vita prodotto o last minute, secondo il modello visualizzabile nell’infografica.

Di grande efficacia nelle politiche anti spreco e di sostegno al reddito delle famiglie consumatrici si è rivelata per il mondo Coop l’adozione di offerte straordinarie di prodotti prossimi alla scadenza, variamente declinate nella penisola sotto il nome di Mangiami subito o Cogli l’attimo, percepite ormai dalle cooperative non tanto come una leva promozionale, quanto una vera gestione a punto vendita, utile ad abbattere il valore dello spreco alimentare potenziale attraverso il parziale recupero economico del bene.

Coop Liguria rappresenta una tra le esperienze più consolidate per quanto riguarda l’offerta straordinaria di prodotti prossimi alla scadenza e last minute. La cooperativa ligure ha infatti avviato le prime sperimentazioni in tal senso a partire dal 2008, quale esito di un progetto di lavoro interno applicato inizialmente ad un ristretto numero di punti vendita, per poi essere negli anni successivi esteso a tutta la rete di vendita.

Negli appositi corner self-service, Coop offre a soci e a clienti prodotti freschi vicini alla scadenza con sconti oscillanti tra il 33% e il 66% (50% nella modalità Happy Hour, presente solo negli ipermercati, che prevede un taglio del prezzo in alcuni reparti nelle ore immediatamente precedenti la chiusura del negozio).

Mangiami subito ha consentito nel 2016 per Coop Liguria il recupero di un valore sulle merci per 1,46 milioni di euro (816mila euro nei super e 649mila euro negli iper), con un recupero totale di circa 864 mila prodotti (491 mila nel primo caso e 374 mila nel secondo).

Si tratta inoltre di un fenomeno in crescita: in quattro anni il valore complessivo del valore recuperato è cresciuto di circa 300mila euro, e per il 2017 Coop Liguria prevede di recuperare prodotti per un valore superiore a 1,7 milioni di euro. Determinante, ai fini del successo complessivo delle azioni, è stato il coinvolgimento del personale dei punti vendita e della preziosa articolazione territoriale delle sezioni soci.

L’ultimo miglio: la donazione

Ulteriore e non secondario elemento innovativo del Libro Bianco risiede, infatti, nell’emersione delle relazioni tra soci, clienti e comunità locali, che dilatano la portata delle azioni di sostenibilità ambientale, sociale ed economica attuate dalle imprese cooperative e collaborano alla loro destinazione naturale, la solidarietà.

L’attenzione ai consumi e promozione di corretti stili di vita e sostegno allo sviluppo socio-economico e culturale dei territori sono tra gli elementi che caratterizzano dalla nascita la funzione mutualistica di Coop, il cui impatto in termini di prevenzione dello spreco ricade su un bacino di 8,6 milioni di soci consumatori e 8.000 soci volontari democraticamente eletti che partecipano direttamente all’adozione delle scelte strategiche e alle politiche di CSR delle rispettive cooperative, attivi su 1.167 punti di vendita con oltre 53.000 dipendenti.

«Le migliaia di soci volontari – sottolinea il responsabile delle Politiche sociali di ANCC-Coop Mauro Bruzzone nella prefazione – sono da un lato la struttura portante del sistema di governance delle cooperative di consumatori italiane e, dall’altro, la nervatura preziosa del sistema di donazioni degli alimenti non più vendibili, ma ancora perfettamente sani e consumabili, alle centinaia di associazioni caritatevoli e di volontariato, di impronta religiosa e di impronta laica, che sui rispettivi territori si occupano di contrasto alla povertà».

In Italia nel campo della donazione delle eccedenze si sono affermati due diversi modelli organizzativi: il primo prevede l’intervento di soggetti terzi, le banche alimentari, che si occupano della raccolta e redistribuzione alle associazioni di solidarietà. Ne è esempio significativo la Fondazione Banco Alimentare onlus, nata con lo scopo di reperire cibo per le organizzazioni caritatevoli da diverse fonti (Agea, Comunità Europea, recupero di alimenti dalla produzione, dalla gdo, dalla ristorazione e dalla Colletta Alimentare promossa annualmente presso i supermercati. È la filosofia a supporto, ad esempio, delle azioni di responsabilità sociale adottate da Costa Crociere dalla scorsa estate, partendo da Savona e avvalendosi del supporto dell’azienda tech Winnow, per il monitoraggio, recupero e il riutilizzo a fini sociali delle eccedenze alimentari prodotte a bordo.

Un secondo metodo stabilisce un rapporto diretto tra i soggetti che cedono i prodotti invenduti e le organizzazioni del volontariato sociale presenti sul territorio. Il sistema, come evidenziato nell’indagine, si è dimostrato particolarmente efficace in quanto consente di cedere prodotti freschi e freschissimi (l’80% delle donazioni della cooperativa) che diversamente andrebbero a gravare sul sistema di raccolta dei rifiuti.

Con il progetto Buon Fine Coop, affermatosi nel 2003 a seguito dell’approvazione della citata Legge del Buon Samaritano, Coop nel 2016 in Italia ha donato circa 28 milioni di euro di merce (6.000 tonnellate) prossima alla scadenza o lievemente danneggiata ma perfettamente edibile. Se tutto il sistema della grande distribuzione italiana fosse impegnato nelle attività di donazione delle eccedenze in egual misura rispetto a Coop, sottolinea ancora il Libro Bianco, si genererebbe un recupero a valore pari a circa 182 milioni di Euro.

Per Coop Liguria, che ha introdotto il Buon Fine tredici anni fa, l’azione condotta su 27 punti vendita (20 super e 7 iper) sul territorio ha favorito nel 2016 la raccolta di 24,67 tonnellate di prodotti alimentari ed oltre 81mila prodotti per l’igiene domestica e della persona, pari ad un valore di 318.000 euro, equivalenti a quasi 75mila pasti donati alla rete di più di cinquanta associazioni volontarie coinvolte tra Liguria e Basso Piemonte (Coop Liguria, Bilancio Sociale 2016). Per il 2017, a conteggi ancora in corso, si stima un aumento percentuale del valore recuperato nell’ordine del 40% (più di 440.000 euro).

Come contributo all’alimentazione della prevenzione, insieme alle altre due cooperative del Nord Ovest, Coop Liguria ha attivato il portale SapereCoop, dedicato alle attività di educazione al consumo consapevole realizzate in collaborazione con la cooperativa Pandora. Attraverso il Centro Regionale di Orientamento ai Consumi con sede a Genova Sestri Ponente, infine, la cooperativa gestisce le attività didattiche rivolte alle scuole e le iniziative di informazione e formazione sui temi della corretta alimentazione, della storia del cibo e del suo rapporto con il territorio.

Per approfondire

FAO, Technical Report on Food Wastage Footprint – Impacts on Natural Resources, Roma, 2013

ASviS, L’Italia e gli obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Rapporto ASviS 2017, Goal 12 (pp. 78-79)

Corte dei Conti Europea, Lotta allo spreco di alimenti: un’opportunità per l’Ue di migliorare, sotto il profilo delle risorse, l’efficienza della filiera alimentare, Relazione speciale, n. 34/2016

L’infografica del Parlamento europeo

Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), Spreco alimentare: un approccio sistemico per la prevenzione e la riduzione strutturali. Rapporto di sintesi, a cura di Giulio Vulcano e Lorenzo Ciccarese, novembre 2017

Paola Garrone, Marco Melacini e Alessandro Perego, Dar da mangiare agli affamati. Le eccedenze alimentari come opportunità, Guerini Associati, 2012 (qui l’executive summary dell’indagine condotta dalla Fondazione per la Sussidiarietà del Politecnico di Milano in collaborazione con Nielsen Italia).

Il testo della Legge Gadda (L. 166/2016) sulla Gazzetta Ufficiale del 30 agosto 2016

Campagna e vademecum #iononspreco del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali

Regione Liguria, Piano regionale di gestione rifiuti, approvato con Dcr n.14 del 25.3.2015

Regione Liguria, Programmazione risorse anno 2017 destinate al finanziamento di programmi definiti dai Comuni per lo sviluppo della raccolta differenziata dei rifiuti ed altre azioni previste dal Piano regionale gestione rifiuti (Delibera di Giunta regionale n.1090 del 15 dicembre 2017

Carola Frediani, Cibo sprecato, ogni anno finiscono nei rifiuti 5 milioni di tonnellate, La Stampa-Il Secolo XIX, 9 luglio 2017

Livia Montagnoli, Nuovi traguardi contro lo spreco di cibo. Le navi di Costa Crociere non sciupano più, Il Gambero Rosso, 17 agosto 2017

V Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare: per la prima volta misurato lo spreco domestico effettivo, Eco dalle Città, 15 gennaio 2018

Coop Liguria, Bilancio sociale 2016

Consumatori, dicembre 2017 e 11 gennaio 2018

L’evento del 5 febbraio sullo spreco alimentare alla Fondazione Fico di Bologna

 

 

 

 

Il Libro Bianco Coop sullo spreco alimentare può essere scaricato da questa pagina, oppure dal sito CoopNoSpreco.

Qui il video dell’evento di presentazione del Libro Bianco

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